Nel Belpaese sono circa 7 milioni le persone che soffrono di disturbi uditivi, un problema sociale ancora sottovalutato. Non a caso, tra il manifestarsi dei primi sintomi e la decisione di ricorrere a un apparecchio acustico passano anche dieci anni, mentre in queste circostanze sarebbe fondamentale intervenire il prima possibile. 

Un altro dato piuttosto emblematico è quello lanciato dall’Oms in occasione della giornata mondiale dell’udito 2017: «udito a rischio per oltre 1 miliardo di persone al mondo a causa dell’uso improprio di dispositivi audio personali e dell’esposizione ad alti livelli dannosi di rumore.» Sordità in aumento legata alla perdita dell’udito che è destinata ad aumentare notevolmente a causa di una popolazione sempre più anziana e all’uso crescente di apparecchi per l’ascolto di musica in cuffia. Per questa ragione, con i primi sintomi di ipoacusia è importante intervenire il prima possibile ed evitare che i deficit peggiorino. Pochi ancora sanno che lo sviluppo della tecnologia digitale e la ricerca scientifica offrono soluzioni possibili per rispondere alle aspettative e alle esigenze, anche estetiche, di ogni persona debole di udito.

In Italia, i disturbi uditivi rappresentano un vero e proprio problema sociale ancora sottovalutato, nonostante ne sia interessato oltre il 12% della popolazione, circa 7 milioni di persone. Una patologia in aumento che si combatte innanzitutto con la prevenzione.

«Tra l’insorgenza dei primi problemi all’udito e la decisione di ricorrere ad un apparecchio acustico in Italia passano diversi anni – sottolinea il professor Roberto Ghiozzi, audioprotesista con oltre 40 anni di esperienza – Un arco di tempo eccessivo perché l‘ipoacusia può peggiorare e ai primi disturbi se ne aggiungono altri fino a rendere difficile la comprensione di intere conversazioni».

Il rifiuto è spesso la prima reazione quando si manifestano problemi di salute in generale e di udito in particolare: «molti trovano difficile accettare il fatto di avere una perdita uditiva – ribadisce Ghiozzi -. La persona colpita ritiene infatti che la perdita non sia talmente grave da richiedere una cura, o che farsi curare equivalga ad ammettere l’avanzare dell’età e il peggioramento dello stato fisico. Altri si sentono imbarazzati all’idea di portare un apparecchio acustico. Il nostro compito è quello di individuare la soluzione audioprotesica più adatta e adeguarla in modo mirato alle esigenze individuali del paziente. Per riuscirci non basta padroneggiare gli aspetti tecnici, ma è necessario essere in grado di instaurare con il paziente un rapporto di fiducia al fine di consigliare il giusto utilizzo dell’apparecchio acustico».

Fonte dell’intervista: www.ansa.it